Alla ricerca della perfezione: il “non finito”

Una parte dell’effetto prodotto dalle statue di Michelangelo è dovuto a certe sproporzioni oppure alle parti incompiute, che accrescono l’importanza di quelle finite. (Eugène Delacroix)

Artista celebrato e stimato, passato alla Storia per la capacità di eccellere nella pittura, nella scultura, nell’architettura e persino nella poesia, Michelangelo Buonarroti è il protagonista di un film evento straordinario: Michelangelo – Infinito, di nuovo al cinema il 19 e 20 novembre. 

La pellicola è un vero viaggio nella genialità di questo Artista che seppe fondere talento, lungimiranza, maestria e innovazione.

Il “non-finito”: una nuova tecnica

Michelangelo considerava la scultura come l’arte del togliere per svelare tutto ciò che nella materia, la pietra, già di per sé vi è contenuto. Da lui, dal suo non finito, dove ancora la materia gronda attorno all’anima comincia il cammino dell’arte moderna, che al protagonismo della forma oppone il protagonismo della materia, non-finita, indefinita. Partendo da allora e giungendo ai giorni nostri il tema si è sviluppato secondo diverse declinazioni.

La tecnica del “non finito” tuttaviaparte da più lontano, da Michelangelo che ci ha lasciatoopere lasciate appositamente incompiute. Il numero di lavorazioni non completate è tale che non si può pensare che la causa sia imputabile esclusivamente a imprevisti (ci furono talvolta motivi legati a vicende storiche o private, rapporti con le committenze ed impegni sovrapposti dell’artista), quanto invece a una nuova forma di espressione artistica.

Si potrebbe poi considerare questa tecnica come la precisa connotazione di un animo spesso in tormento (come dimostrano anche i versi delle sue poesie), spesso incline alla perdita di interesse per opere già iniziate a vantaggio della volontà di intraprendere nuove sfide.  In certi casi, tuttavia, è plausibile che abbia deciso di abbandonare un’opera per l’impossibilità di scolpirla secondo i suoi piani.

 

Le statue mai completate

L’incompiutezza caratterizza soprattutto le opere marmoree.

I Prigionieri o Schiavi

Lo Schiavo giovane, lo Schiavo che si desta, lo Schiavo barbuto e Atlante (databili in un periodo compreso fra il 1519 e il 1534 circa) sono quattro imponenti statue – i cui nomi sono stati attribuiti solo nell’Ottocento sulla base della posa della figura nei blocchi di marmo – oggi custodite alla Galleria dell’Accademia di Firenze. La loro fama è legata all’incompiutezza: si tratta di corpi maschili nudi in torsione, da cui traspare tutto il senso di tensione. La figura tenta di uscire dal marmo e lo spirito cerca di liberarsi dal corpo. Le quattro sculture non sono perfettamente levigate, ma sono state lasciate volutamente in uno stadio incompleto per comunicare un tema profondo: quello sull’imperfezione dell’essere umano.

Queste statue rivelano preziose indicazioni su come il Maestro intendeva la scultura e sui possibili significati metaforici che potevano essere trasmessi dalle sue opere. Nella sua convinzione, lo scultore era uno strumento di Dio il cui compito era quello di liberare le figure contenute nella pietra, sbozzando la materia con vigore per liberare il soggetto in tutta la sua energia. Proprio grazie a Giorgio Vasari sappiamo come Michelangelo cercasse di “far emergere la figura dalla pietra come se la si vedesse affiorare da uno specchio d’acqua”.

Oltre ai quattro Prigioni di Firenze, Michelangelo scolpì altri due schiavi non-finiti, lo Schiavo ribelle e lo Schiavo morente, databili intorno al 1510-13, esposti oggi al museo del Louvre a Parigi. Il “non finito” caratterizza anche altre opere molto note.

San Matteo  

Nel San Matteo (1504-1506) la figura abbozzata dell’apostolo compie una leggera torsione, quasi come se stesse per emergere dal blocco di marmo. Il movimento, risulta però più composto rispetto a quello degli Schiavi, meno sofferto e tragico.

La Pietà Rondanini

La Pietà Rondanini (1552-1564) fu realizzata quando Michelangelo aveva ormai ottant’anni: in questo caso le parti finite si affiancano a quelle lasciate incompiute volutamente, a causa dei suoi frequenti ripensamenti. La statua oggi è conservata nel Castello Sforzesco a Milano. Si tratta dell’ultima opera dell’autore che, secondo le fonti, vi lavorò fino a pochi giorni prima di morire.

Nella Pietà, tutta l’attenzione dell’artista è concentrata sul rapporto tra Madre e Figlio morto. Il volto e le braccia di Cristo sono soltanto abbozzati; la Madonna sorregge il corpo privo di vita del figlio, ma sembra stringerlo teneramente in un abbraccio, anche se evidente è la difficoltà data dal peso che fa scivolare il corpo di Cristo verso il basso.

La pietra non levigata diventa per Michelangelo la rappresentazione dei contrasti tra lo spirito e il corpo, tra la vita e la morte. L’interiorità dell’Artista trova sfoggio ed espressione nella superficie marmorea ruvida. La Pietà Rondanini si distingue anche per uno slancio verticale, simbolo della Resurrezione di Cristo.

Michelangelo, Uomo e Artista rimasto nella Storia, torna ora più vicino che mai con una narrazione cinematografica di forte impatto firmata da Emanuele Imbucci, con Enrico Lo Verso e Ivano Marescotti.